giovedì, 21 maggio 2009, ore 13:39

benedettoxviDesidero incoraggiare tutti coloro che accedono al cyberspazio ad essere attenti al mantenere e promuovere una cultura di rispetto, di dialogo e di autentica amicizia dove i valori della verità, dell’armonia e della comprensione possano prosperare.

Giovani, in particolare, mi appello a voi: portate la vostra fede nel mondo digitale! Impiegate queste nuove tecnologie per far conoscere il Vangelo, così che la Buona Novella dell’amore infinito di Dio per tutti, risuoni in modo nuovo nel nostro mondo sempre più tecnologico!

Benedetto XVI - Udienza Generale - Mercoledì 20 maggio 2009

maturin
lunedì, 16 marzo 2009, ore 10:07


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asumensa
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mercoledì, 07 gennaio 2009, ore 15:12

df1Carissimi parrocchiani,
questo è il mio primo Natale come vostro parroco e, attraverso il nostro giornalino, vorrei esprimere tutta la mia gioia per questa nuova esperienza che il Signore, autore di ogni dono perfetto, mi sta concedendo di vivere insieme a tutti voi.
È la gioia che nasce dalla consapevolezza che tutto è Grazia, tutto è Suo dono, nulla è meritato! Ed ora, dal 19 ottobre scorso, fra questi doni ci siete anche voi.
Un dono grande, inaspettato, impegnativo… ma pur sempre dono da ricevere quotidianamente dalle mani del Signore, attraverso i vostri volti, i vostri sguardi, le vostre delicate attenzioni con cui, sin dal primo momento, mi avete accolto tra di voi, facendomi sentire uno di voi.
Grazie di cuore per quel che siete! Grazie per il meraviglioso spettacolo di fede che mi avete offerto attraverso i momenti che abbiamo già vissuto insieme. Penso in particolare alla festa di San Carlo, a quella della Madonna dello Schiavo con la sua commovente processione attraverso alcune delle strade in cui si svolge la vita di Carloforte. Ma non posso dimenticare l’incontro con i Carlofortini di Cagliari e circondario, la novena e la festa dell’Immacolata, la novena di Natale, l’incontro con le varie associazioni e i loro responsabili.
In tutto ho visto un po’ del vostro cuore grande, fatto di solidarietà e attenzione al prossimo. Ma anche bisognoso di consolazione e di purificazione... In tutto ho visto con gratitudine il frutto del servizio dei miei predecessori. In particolare penso a don Lino e a don Daniele con cui mi trovo ora a condividere il servizio pastorale qui a Carloforte, e a cui dico sinceramente grazie per la fraterna e gioiosa accoglienza che da subito mi ha donato.
La gratitudine che sento nel cuore è anche desiderio fermo e risoluto di essere al servizio della Vostra Gioia, quella che solo il Signore, di cui mi considero povero strumento, sa e vuole donare a tutti gli uomini che lui ama.
Per questo alzerò ancora il calice della Salvezza e invocherò la sua benedizione su tutti i tabarchini, sulle famiglie, sui naviganti, sui malati, sui giovani, sui bimbi, su chi vive l’esperienza dolorosa della perdita di una persona cara, su chi, atteso dolcemente dai genitori, domani nascerà e verrà ad abitare in questo meraviglioso angolo del mondo che è la nostra amata isola di San Pietro. Buon Natale a tutti!
asumensa
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mercoledì, 07 gennaio 2009, ore 15:09

L’Incredibile

e14_adorazione_gesu_bambino_800x600L’incredibile accade. Qui e ora. Colui che non era conoscibile si è reso visibile e ci mostra il Suo volto. Il privilegio che era stato negato persino a Mosé è stato concesso a noi. Qui e ora. Il volto di Dio è un volto umano, è un volto di bambino. Il suo nome è un nome di uomo: il nome di Dio, un nome che non era nemmeno pronunciabile, ora lo si può gridare dai tetti: Gesù figlio di Davide, Gesù figlio di Maria, Gesù, il Figlio dell’Uomo.
L’Onnipotente si è calato nell’impotenza di chi di tutto ha bisogno: calore, cura, protezione, amore. Gli occhi di Dio che tutto vedono e tutto giudicano ora si chiudono al sonno al suono melodioso di una voce di mamma. Dio ride. Dio piange. Dio mangia e beve. Dio sente il caldo e il freddo. Dio, vento e sole sulla faccia, Dio, pioggia e calli sulle mani. Dio e noi, uguali ma diversi, ma fatti per essere uguali. Ciò che è certo è che non siamo più soli. La nostra vita è santificata dall’umanità di Dio: “Ecco io sarò con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”. Così è. Incredibile.
L’incredibile accade, ma quanti di noi hanno conservato lo stupore davanti a questo fatto?
Un evento che ha spaccato la storia in un prima e in un dopo; un evento che ha unito e diviso, ha portato pace e spada, un evento che, comunque, non può lasciare indifferenti.
E allora, cos’è questa indifferenza di fronte al Mistero dell’Incarnazione? Perché ci lasciamo imbrogliare dal Natale che “il mondo” vorrebbe propinarci? Un Natale fatto di buoni sentimenti svuotati dal loro vero significato e riempiti di consumismo, bugie e chiasso. La nostra felicità dipende dal fatto che Dio si è ricordato della Sua promessa; ha ascoltato le nostre preghiere, è venuto tra noi a dare un senso alle nostre sofferenze e a condividerle, riempiendole della Sua presenza. Pensiamoci ogni volta che diciamo “auguri” o buon Natale.
Per cui anche noi ci fermiamo a riflettere. In festoso silenzio davanti al Bambino. Niente notizie, attualità o “giri dell’isola”. È tempo di casa, di famiglia, di amicizia. Per trascorrere qualche momento di serenità e di riflessione vi proponiamo dei piccoli racconti natalizi scritti da noi, senza pretese letterarie, senza ambizioni culturali, ma solo per augurarvi, con semplicità, buon Natale. Qui e ora. L’incredibile accade.


asumensa
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mercoledì, 07 gennaio 2009, ore 15:07

“Che giornata! E meno male che è la vigilia di Natale! Guarda che ora che si è fatta!”.
Giovanni brontolava tra sé e sé, finendo di chiudere i conti del negozio.
“Ogni anno la stessa storia… Tutti a comprare i regali all’ultimo minuto! E io qui per i loro comodi… mentre tutti sono a casa a divertirsi. Eh sì, proprio un bel Natale!”.
Nonostante i mugugni, Giovanni poteva essere ben contento di come erano andate le vendite di Natale; il suo negozio di articoli da regalo era uno dei più conosciuti e forniti di tutta la città.
“Beh… finalmente ho finito… Ora posso…” non fece in tempo a finire la frase che la porta del negozio si aprì facendo entrare un bambino piccolo così.
“E tu cosa ci fai da solo in giro? A quest’ora poi e così conciato!”.
Il bambino portava una tunica bianca legata in vita da un cordino e dei sandali. “Ah già, devi essere uno della recita natalizia della parrocchia qui vicino. Comunque begli sciagurati i tuoi genitori, farti uscire così con questo freddo!”.
Il bambino sorrise: “No, i miei genitori sono a posto, sono io che ho troppe cose da fare e… beh, li faccio stare un po’ in ansia…”
Giovanni scrollò le spalle: “Mah… Sarà… Insomma, cosa ti serve? Dai che devo chiudere…”.
“Vorrei un presepe”, disse il bambino, “uno piccolo… basta la capanna, la Sacra Famiglia, il bue e l’asino”.
“Ma benedetto ragazzo” disse sorridendo Giovanni, “il presepe non si usa più. Quest’anno non l’ho neanche messo in vendita. L’anno scorso l’avevo ma è stato un disastro: non ho venduto nulla, per cui… e non guardarmi così… è il mercato capisci?
Se non c’è domanda, l’offerta si deve adeguare… o forse è il contrario, non ricordo bene… il fatto è che il presepe ha fatto il suo tempo…”.
Il bambino lo guardava in silenzio con aria severa.
“Sei sicuro di non volere un bell’albero di Natale? O delle luci… guarda che spettacolo!”.
Il bambino tirò un sospiro: “Grazie lo stesso… Buon Natale”. Fece per andarsene, ma Giovanni lo chiamò: “Ehi… aspetta un attimo” corse nel retrobottega e tornò con una copertina. “Tieni… fa freddo fuori e quel costume di scena che indossi mi sembra leggerino. Me la riporterai un’altra volta. Buon Natale anche a te”. Il bambino spalancò occhi e bocca dallo stupore: “Grazie! Grazie davvero!” disse con un gran sorriso e si avviò all’uscita, avvolgendosi stretto stretto nella coperta.
Giovanni rimase per un attimo immobile in silenzio. “Bah… Che mondo!” disse poi, infilandosi il cappotto. Ma proprio in quel momento entrò nel negozio un altro bambino.
“Ancora!? Ma insomma… Possibile che questi disgraziati di genitori debbano far girare di notte voi bambini, con questo freddo e con tutto quello che succede? Dove sono quegli incoscienti dei tuoi genitori?”.
Il bambino, che non aveva capito nulla di quello che aveva detto Giovanni, rispose: “Papà è fuori in macchina con le luci clic clic”. E con le manine gesticolò simulando le “doppie frecce” lampeggianti.
“Uhm… Roba da matti...” bofonchiò Giovanni. “Beh… almeno tu sei vestito da cristiano”. Il piccolo in effetti era ben coperto: piumone, berretto, sciarpa e guanti.
“Allora, sentiamo cosa ti serve…” disse Giovanni togliendosi il cappotto.
“Voglio un presepe”.
Giovanni sbottò: “Anche tu!? Ma benedetti bambini, se l’avessi saputo prima li avrei ordinati ‘sti presepi. Tutti all’ultimo minuto me li chiedete? Non ne ho, non li ho neanche messi in vendita, non li vuole nessuno e non li vende più nessuno… Basta! Mettetevelo in testa una buona volta! Alberi di Natale, sì… luci colorate, bianche, rosse, gialle, babbi Natale che mangiano, bevono, sciano, fumano il sigaro e prendono il sole quelli sì! Di quella orrenda paccottiglia moderna ho tutto ma proprio tutto, ma presepi no! Niente da fare! Nisba! Kaputt!”.
Il bambino continuava a guardare Giovanni e continuava pure a non capire di cosa stesse parlando, ma una cosa l’aveva capita: non c’erano presepi ma, se era così, i conti non gli tornavano: “E quello?”.
Il ditino del piccolo indicò uno scaffale in alto; Giovanni si voltò per guardare e per poco non cadde a terra dallo stupore: un bellissimo Bambino Gesù in porcellana finissima, se ne stava placido nella sua mangiatoia, con le braccine aperte e un gran sorriso in volto. Ma lo stupore di Giovanni non era tanto per il fatto che quel Bambino Gesù non avrebbe dovuto esserci -lui non vendeva presepi- quanto perché il Bambinello era avvolto in una copertina, anch’essa di porcellana, che era identica a quella che aveva prestato a quello strano bimbo di prima, e ora che guardava meglio il viso della statuina, Giovanni si rese conto che era lui spiccicato, non c’era possibilità di sbagliarsi: stesso, sguardo, stesso sorriso. L’uomo si dovette sedere per non stramazzare al suolo e nonostante la gelida temperatura cominciò a sudare manco fosse ferragosto.
“Allora” disse il bambino, “posso avere quello?”.
Giovanni, tremando come una foglia, prese la statuina e la consegnò al bambino.
“Quanto costa?” chiese educatamente il piccolo. “Niente, niente…” balbettò Giovanni, “…è un regalo… un grande regalo… prendilo pure… e, già che ci sei, di’ qualche preghierina anche per me…”. Giovanni si lasciò cadere pesantemente su una sedia: gli era venuto un febbrone da cavallo e non capiva più nulla.
“Mi scusi, signore”, disse il bambino tirandolo per un braccio. “Dimmi, piccolo, che c’è?” rispose stancamente Giovanni.
“C’è che mi servirebbero anche la Madonnina e San Giuseppe… non è che può controllare lassù… per piacere?”.
Giovanni lo guardò con le lacrime agli occhi, proprio mentre la porta del negozio si apriva di nuovo. Un uomo e una donna, con i… “costumi di scena”: lui con barba e bastone, lei radiosa e sorridente.
Giovanni sorrise: “Piccolo, ripassa tra cinque minuti… Il tempo di prepararti il pacchetto…”.
“Grazie signore! Vado a dirlo a papà!” Il bambino uscì di corsa, mentre i due nuovi arrivati si avvicinavano al bancone. Giovanni li accolse con un impacciato inchino. “Beh… benvenuti… Buon Natale…”. I due risposero con un sorriso. Giovanni non sapeva cos’altro dire. Dopo qualche minuto di silenzio, la tensione era diventata insostenibile e Giovanni tentò di stemperarla con una battuta: “Eh… per fortuna che il piccolo non ha chiesto anche il bue e l’asino… altrimenti… Pensate che disastro due animali così grossi qui in negozio…” disse ridacchiando.
Ma proprio in quel momento… la porta… si aprì di nuovo…

asumensa
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mercoledì, 07 gennaio 2009, ore 15:05

“Quest’anno si fanno le cose in grande!” annunciò il padre entrando in casa carico di buste e pacchetti. A quell’annuncio i bambini cominciarono a saltellare, a ridere e a strillare senza sapere esattamente il perché; poi il mistero fu svelato: “Sarà il presepe più grande e più bello di tutto il paese! Ho comprato tutto l’occorrente: nuovi personaggi, nuove le montagne di cartapesta, nuovo il cielo stellato! E avremo il fiume con l’acqua vera e le luci dell’alba e del tramonto e la Stella Cometa, il tutto con le più belle musiche di Natale! Forza, mettiamoci al lavoro!”.
L’entusiasmo del capofamiglia contagiò il resto della truppa: tutti erano felici e sorridevano mentre cominciavano ad organizzare le grandi manovre. Soltanto il più piccolino si era fatto serio serio:
“Che c’è piccolo?” gli chiese il papà.
“Non potremmo.. almeno nella capanna… non potremmo usare… gli stessi personaggi degli altri anni?”.
“Ma certo; non avevo intenzione di sostituirli… sono quelli che ti ha regalato il nonno, e nessuno li toccherà!”.
E così anche il piccolino poté sfoderare il suo miglior sorriso e mettersi decisamente all’opera.
Ci volle tutta la giornata ma alla fine il risultato fu strepitoso; non si era mai visto nulla di simile in tutto il paese e forse anche in tutta la regione. I personaggi nuovi brillavano in confronto a quelli vecchi e sbreccati, ma tutto sommato nell’insieme non stonavano. Nell’angolo più lontano c’erano anche i Magi che, dall’Oriente, cominciavano il loro viaggio seguendo la Stella Cometa splendente sopra la capanna. Ogni sera dell’avvento, la famigliola si riuniva davanti al prodigioso presepe, commentando, scherzando,  ritoccando qua e là e ogni serata si chiudeva con una preghiera davanti alla capanna, dove la Madonna e San Giuseppe attendevano, come loro, l’arrivo di Gesù Bambino. Il tempo passò in fretta e così arrivò il gran giorno: la sera della vigilia di Natale, dopo cena, tutta la famiglia si recò alla Messa di mezzanotte, poi di nuovo tutti a godersi la casa, la famiglia e il fantastico presepe, dove, nel frattempo, era stata posta la vecchia e consumata statuina del Bambinello. La festa continuò finché i bambini non ne poterono più dal sonno e, con la scusa di lasciare campo libero a Gesù Bambino che doveva portare loro i doni, se ne andarono a letto.
Quando tutto fu buio e silenzio, si ripeté il miracolo di ogni anno; quest’anno però, in quella casa, il miracolo fu più grande del solito perché il presepe era davvero portentoso: il bellissimo angelo sopra la capanna  cominciò a brillare e pian piano parve prendere vita. Le sue ali, prima rigide come pietra, si sciolsero divenendo leggere e soffici di piume. La Stella Cometa parve diventare di fuoco e la sua coda divenne ancora più lunga e splendente. L’angelo lucente si alzò in volo, illuminando tutto il presepe; poi fece udire la sua voce tonante:
“Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia. Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”.
A queste parole, i personaggi del presepe presero vita e cominciarono a muoversi e a parlare; ognuno prese a fare il proprio mestiere: la lavandaia lavò i panni che aspettavano da un anno, il falegname intagliò il legno, il fabbro picchiò con il martello sul ferro rovente e tutti quanti aspettavano il momento in cui l’angelo li avrebbe chiamati uno per uno per andare a rendere omaggio al Bambino Gesù.
Solo un personaggio non si mosse. Era uno dei nuovi: il pastorello addormentato. Lui non era come gli altri e non avrebbe potuto muoversi, alzarsi e andare dal Bambino: lui era il “pastorello addormentato” e anche prendendo vita avrebbe dovuto continuare a fare quello che faceva da statuina, cioè dormire. E nel dormiveglia pensava:
“Ecco, tutti sono svegli e lavorano e cantano e lodano Dio, mentre io devo continuare a dormire e non potrò andare a salutare Gesù…”. Poi anche il dormiveglia finì e il pastorello dovette rassegnarsi a dormire di un sonno profondissimo. Nel frattempo gli altri personaggi fecero una lunga fila e, a turno, si presentavano di fronte al Bambinello, offrendogli i frutti del proprio lavoro. Arrivò la lavandaia:
“Ecco” disse rivolgendosi alla Madonna, “un lenzuolino fresco di bucato per il Divin Bambino”.
“Grazie” rispose Maria.
Poi toccò al falegname che si avvicinò a Giuseppe porgendogli un bastone:
“Per il vostro viaggio di ritorno, e per la Tua vecchiaia”.
“Grazie” disse San Giuseppe.
Poi accadde una cosa straordinaria: arrivò il caldarrostaio che timidamente si inginocchiò; poi si avvicinò al Bambino e gli porse una piccola castagna calda calda:
“…è per le mani…” Gli disse “…per scaldarle… fa molto freddo qui, così ho pensato che…”.
“Grazie” disse il Bambino Gesù e la Sua voce era pura e cristallina come un ruscello di montagna. Le letterine uscirono tintinnando dalla piccola bocca come farfalle e volarono cinguettando verso il cielo di carta riempiendolo di musica e colori e un “ooooh” di meraviglia riempì tutto il presepe.
Quando fu tempo tornò il silenzio e ricominciò la sfilata dei personaggi: chi offriva cibo, chi portava panni caldi e chi, non avendo altro, portava solo la sua fede, un sorriso ed una preghiera.
Poi i colori, le luci e ogni rumore si spensero e tutti tornarono ai loro posti e alla loro terracotta. Il pastorello addormentato, l’unico a non aver incontrato Gesù Bambino, dormiva, come sempre. Ma all’improvviso, il suo volto prese colore, proprio mentre una piccola manina sfiorava la sua guancia.
“Apri gli occhi…” sussurrò una voce cristallina.
Il pastorello non aveva mai aperto gli occhi, non aveva mai visto nulla se non il buio del suo sonno, ma diede ascolto a quella voce così dolce e non solo si svegliò, ma spalancò gli occhi e la prima cosa che vide fu un bambino che gli sorrideva.
“Dormi?” Gli disse il Bambino, “così non sei stato capace di vegliare un’ora sola con me?”.
Il pastorello non capì quelle parole tanto era emozionato dall’essere sveglio, ma capì che quel bambino era “il” Bambino e cercò di scusarsi ma Gesù lo interruppe subito:
“Lo so, lo so… non potevi svegliarti, tu sei il pastorello addormentato. Tu non potevi venire da me, così sono venuto io da te. Ma non lo faccio solo con te sai? Io vengo sempre a cercarvi, uno per uno, ricordalo…”.
Il pastorello si consolò all’udire queste parole e ben presto ritrovò la calma e il coraggio di rivolgersi a Gesù:
“Mi dispiace che tu sia dovuto venire sin qui per me; con questo freddo poi. Ma dimmi, tu che sai tutto: perché non sono anche io come gli altri? Perché non posso anch’io alzarmi, lavorare, correre, ridere, pregare  e devo invece sempre e solo dormire? Perché mi hanno fatto così? Puoi dirmelo?”.
Il Bambino Gesù lo guardò sorridendo:
“Tutti sono diversi; tutti sono speciali, ognuno a suo modo e così sei anche tu”.
Il pastorello aveva le lacrime agli occhi .“Come posso essere speciale se dormo sempre?”.
“Dimmi, quando dormi, tu sogni?”, gli chiese Gesù Bambino.
“Oh sì, tanto… a volte faccio brutti sogni, a volte bellissimi… come questo… perché questo è un sogno, vero?”.
Gesù non rispose e lo guardò con tenerezza: “Vedi, così come tu sogni, anche coloro che guardano questo presepe sognano, soprattutto i bambini, e forse sognano di te e sognando di te chissà, magari si ricordano anche di me; quindi vedi bene che tu sei molto importante. Quando le persone ti guardano pensano: “chissà quanto è stanco, poverino” oppure “avrà freddo”, “avrà fame”, “guarda, se ne sta li tutto solo” e questi sono tutti buoni pensieri che rendono più buone le persone e se le persone sono più buone vuol dire che tu hai reso un buon servizio al mondo, e a me”.
Il pastorello lo ascoltava a bocca aperta:
“Non avrei mai pensato che dormendo e sognando si potesse essere così utili agli altri…”.
“E’ così per tutti, ognuno nel proprio ruolo: il falegname, la lavandaia, persino il caldarrostaio, guarda che bella e buona castagna mi ha regalato, senti che profumo” Il Bambino porse la castagna al pastorello che la prese e l’annusò: era ancora tiepida; un dolce profumo si sparse tutt’intorno, e non era solo il profumo della castagna ma era la dolce fragranza di Dio che in quella notte riempiva la Terra.
“Tutti sono importanti” continuò Gesù “e se manca qualcuno, o qualcuno decide di andar via da questo mondo perché crede di essere inutile, il mondo è più povero e la vita più fragile e debole”.
“Adesso ho capito. Grazie Gesù… Però, io non ho niente da offrirti, neanche una castagna”.
Il Bambino rise come solo i bambini sanno ridere: “Mi basterà un tuo sogno. Dormi ora e riposa”.
“Sì, Gesù, buonanotte Gesù” disse il pastorello mentre la manina del Bambinello gli sfiorava nuovamente la guancia.
La mattina dopo, di buon ora, si scatenò il finimondo. I bambini cominciarono a urlare e ridere e giocare e ogni pacchetto che trovavano sotto l’albero era un’altra corsa e altre risate e altre urla. Quando Dio volle si placò il terremoto e la pace poté tornare in famiglia: la mamma si dedicò al grande pranzo di Natale, il papà procurò un po’ di legna per il caminetto e i bambini, sazi di giochi moderni si rifugiarono davanti al presepe ad inventarsi le loro storie strampalate.
“Giochiamo che io sono il fabbro e che ti devo inseguire con il martello”, disse uno.
“E io sono la lavandaia che ti rovescia l’acqua sulla testa”, disse l’altra.
“E io sono quello che dorme con la castagna, perché è buono e non fa male a nessuno” disse infine il più piccolino.
Al sentir parlare di tizi che dormivano con delle castagne il padre si incuriosì e andato a controllare dovette convenire che quel pastorello effettivamente teneva stretta in mano una castagna:
“Strano, sono praticamente sicuro che non avesse alcuna castagna in mano quando l’ho comprato…” disse alla moglie.
“Magari non ci hai fatto caso, ti sarà sfuggito…” rispose la donna.
“Un pastorello che dorme con una castagna. Non so proprio cosa possa voler dire…”.
Ma Gesù Bambino lo sapeva, e tanto bastò…

asumensa
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lunedì, 01 dicembre 2008, ore 14:05

...Celeste

Conforto...

17 asumensa17schiavo5Un altro anno è passato e noi ci ritroviamo ancora una volta davanti alla Madonna, alla “nostra” Madonna, a parlarLe di noi: dei nostri guai, delle nostre gioie, dei nostri desideri e delle nostre speranze, di chi è lontano e di chi non c’è più, delle nostre famiglie e dei nostri sacrifici, dei nostri sogni e delle nostre povere fatiche quotidiane.
“Siateci Voi, ancora una volta, di spirituale conforto”, è quello che diciamo pregando, e quanto è vero e significativo, quel “ancora una volta”! Tante sono state infatti le grazie che la Sua intercessione ci ha ottenuto e tanto è stato il conforto che Ella ci ha dato e continua a darci: spesso ci basta vedere la Sua immagine, a noi così familiare, per ritrovare coraggio e speranza; spesso basta il tempo di una sola “Ave Maria”, davanti a quella piccola statua di modesta fattura perché la nostra fede riprenda slancio, perché il nostro cammino sia più sicuro e certo della Sua protezione materna.
“Toglieteci da questa orribile schiavitù spirituale”. Perché tante sono le nostre paure, tante le preoccupazioni e tanto grandi sono le schiavitù con le quali ci troviamo quotidianamente a convivere. La schiavitù del denaro, del potere, del successo, ma anche le piccole grandi schiavitù della nostra vita di paese: invidie, mormorazioni, ambizione, vanità. E molto altro. Una “schiavitù dell’anima” che spesso dimentichiamo essere “eternamente dannosa”. Per questo noi preghiamo la Madonna dello Schiavo e le chiediamo di rivolgere benignamente il Suo sguardo sui Suoi figli. Le chiediamo di considerare “la mollezza dei costumi” e “la ignoranza delle menti” e di liberarci da esse.
Ma a ben vedere, forse noi stessi abbiamo dimenticato cosa esse siano e quanto ci tengano stretti nella morsa della schiavitù. Troppo spesso ci lasciamo influenzare da un mondo dove ignoranza e immoralità sono diventate dei “valori”, dove l’esibizione del corpo e l’esaltazione dell’inettitudine sono proposti come modelli da seguire; troppo spesso permettiamo ai nostri ragazzi di aderire a tali modelli, senza far capire loro la bellezza della sobrietà, della moderazione, della serietà e della difesa della propria dignità e delle proprie capacità.
“Noi Vi promettiamo che seguiremo la Luce che emana da Voi e obbediremo alle Vostre celesti ispirazioni”. Così sia. Che il Signore, per intercessione di Maria, ci aiuti a mantenere questa promessa, della quale a volte dimentichiamo l’importanza e la solennità.

asumensa
lunedì, 01 dicembre 2008, ore 14:02

17 asumensa17schiavo4Cronaca di una Giornata Speciale…

In verità, bisognerebbe parlare di dieci giorni speciali, in quanto la festa del 15 novembre, giorno al quale fa riferimento il titolo, è stata preceduta, come di consueto, dalla novena. Per cui, è buona cosa ricordare anche quei giorni così intensi di fervore spirituale e così ricchi di devozione per la Madonna dello Schiavo. Quest’anno abbiamo avuto il privilegio di avere con noi il più giovane sacerdote della nostra Diocesi, don Andrea Zucca, subito accolto con affetto dalla comunità.
Poi la grande festa, cominciata come ogni domenica con le Messe del mattino. La celebrazione più “rumorosa” e movimentata è quella delle 10.00, tradizionalmente frequentata dai nostri bambini e presieduta dal parroco don Francesco.
Alle 11.30 la solenne celebrazione presieduta dal nostro Vescovo Mons. Giovanni Paolo Zedda, che ci ha onorato ancora una volta della sua presenza paterna e autorevole.
La giornata è proseguita con i preparativi per la celebrazione serale e per la grande, solenne processione. È ancora don Andrea a presiedere, ma, alla processione, è il popolo il vero protagonista: come ogni anno, tutto il paese (e con la parola “tutto” non riteniamo di essere troppo lontani dal vero) si ritrova lungo le strade di Carloforte, per rendere il dovuto omaggio alla Vergine. Una folla composta, ordinata e raccolta nella preghiera e nel canto, come sempre accompagnato dalla musica della Banda cittadina. Una esperienza sempre suggestiva e coinvolgente: uno “spettacolo” di fede e devozione che accomuna l’intero paese.

-  Rarità Mariane -

Lo scorso 17 maggio, durante una “Giornata Mariana” organizzata proprio da noi de “a Sümensa”, è stato proiettato, nel salone dell’Oratorio Mons. Mario Ghiga un breve e raro filmato a colori della cerimonia di incoronazione della Madonna dello Schiavo, svoltasi il 15 novembre del 1964. Il filmato, suggestivo e di inestimabile valore storico, è di proprietà di Angelo e Antonio Rosso. Contiamo di riproporlo in una futura occasione in modo da poterne nuovamente condividere le emozioni.

asumensa
lunedì, 01 dicembre 2008, ore 13:59

La Basilica di Nostra Signora di Bonaria anche quest’anno, come da tradizione ormai, è stata luogo dell’annuale celebrazione in onore della Madonna dello Schiavo.

Per permettere a tutti i carlofortini non residenti nell’isola, e che per motivi di lavoro hanno dovuto scegliere, spesso con sofferenza, di trasferirsi sulla terra ferma, una trentina di anni fa si pensò di poter celebrare una messa a Cagliari. Spesso i carlofortini di Cagliari e delle immediate vicinanze non riuscivano, con la stessa facilità di oggi, a partecipare alle celebrazioni del 15 novembre, e quindi nacque così l’idea di recarsi direttamente da questi fratelli “lontani” per poter festeggiare, insieme, in famiglia, la festa più sentita della comunità carolina.

La scelta del luogo dove celebrare è altrettanto significativa: la Basilica di Nostra Signora di Bonaria. Legami storici profondissimi uniscono la nostra comunità a quella dei padri mercedari del colle cagliaritano: essi si interessarono alla fine del XVIII secolo alla condizione di schiavitù dei poveri tabarchini e fu la comunità mercedaria, poco dopo, ad accogliere gli stessi schiavi, ormai liberi in attesa di rientrare alla propria città. Si iniziò con una celebrazione raccolta e sentita all’interno del Santuario, ma presto si dovette chiedere ai padri la possibilità di poter utilizzare la Basilica, perché il Santuario a stento riusciva a contenere tutti i fedeli presenti. Negli ultimi anni, inoltre, un nutrito gruppo di fedeli vengono direttamente da Carloforte, per unirsi in preghiera coi propri familiari, e per cogliere l’occasione di trascorrere alcune ore in serenità e divertimento.

Quest’anno la Santa Messa si è tenuta martedì 11 novembre 2008. Ha presieduto la celebrazione Mons. Tarcisio  Pillola, visibilmente commosso nel ritrovare i propri figli per i quali ha reso servizio per lunghi anni. Hanno concelebrato don Carlo Cani, in famiglia fra i carlofortini, ed il nuovo parroco di San Carlo Borromeo, don Francesco Pau, il quale ha avuto occasione di salutare la comunità dei parrocchiani “fuori sede” ed ha alla fine invitato, in schietto dialetto carlofortino, tutti i presenti ai festeggiamenti di sabato 15 Novembre, a Carloforte.

Hanno animato la celebrazione alcuni rappresentanti delle corali delle parrocchie di San Giuseppe a Pirri, della Madonna del Rosario a Villacidro, di San Giovanni Battista della Salle a Monserrato, i quali unitamente ad un gruppo di ragazzi carlofortini hanno creato per l’occasione una corale diretta da Valeria Piano.17 asumensa17schiavo3


LA VOCE DEL MAGISTERO - Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani, cioè dobbiamo riconoscere il rapporto essenziale, vitale, provvidenziale che unisce la Madonna a Gesù, e che apre a noi la via che a Lui ci conduce. Una duplice vita: quella dell’esempio e quella dell’intercessione. Vogliamo essere cristiani, cioè imitatori di Cristo? Guardiamo a Maria; ella è la figura più perfetta della somiglianza a Cristo. Ella è il « tipo ». Ella è l’immagine che meglio d’ogni altra rispecchia il Signore; è, come dice il Concilio, «l’eccellentissimo modello nella fede e nella carità» (Lumen gentium, 53, 65, etc.). Com’è dolce come è consolante avere Maria, la sua immagine, il suo ricordo, la sua dolcezza, la sua umiltà e la sua purezza, la sua grandezza davanti a noi, che vogliamo camminare dietro i passi del Signore; com’è vicino a noi il Vangelo nella virtù che Maria personifica e irradia con umano e sovrumano splendore.
DALL’OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI AL SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DI BONARIA CAGLIARI 24 APRILE 1970

asumensa
lunedì, 01 dicembre 2008, ore 13:56

In questo numero vi proponiamo una composizione di Fratel Raffaele Rivano, che già conoscete, il quale, tra prosa e poesia, ci racconta la storia della Madonna dello Schiavo, scritta con tutto l’amore che un carlofortino può avere per la Madonna. È un ulteriore invito a tutti coloro che lo desiderino a mandarci i loro articoli e le loro composizioni. Arricchiremo insieme il nostro piccolo grande foglio!


17 asumensa17schiavo1Cinque imbarcazioni

guidate da circa settecento barbareschi,

il 3 Settembre 1798 sbarcarono a Carloforte,

e precisamente presso la località Punta Nera.

Ciò fu possibile

un po’ per la noncuranza del vicerè,

un po’ per la scarsa difesa dell’isola:

una fortificazione con sei bastioni poco armati.

Il paese fu invaso

sorprendendo la scarsa truppa.

Incominciò così il vergognoso saccheggio

da parte dei turchi e fecero 933 prigionieri,

in prevalenza donne e bambini.

Per due giorni imperversò

sul disgraziato paese la furia barbaresca.

Il 10 Settembre tutti gli schiavi

furon portati a Tunisi.

La schiavitù patita in terra d’Africa

durò quasi cinque lunghi anni,

fatti di tormenti e torture.

Finalmente, nel giugno del 1803,

superate mille difficoltà,

i Carolini ottennero la libertà,

e poteron abbracciar la loro terra.

Vero segreto di tale successo

fu lo strepitoso intervento della Madonna.

Infatti, il 15 Novembre 1800, la S. Vergine,

sotto le spoglie di una “polena”,

veniva in loro soccorso.

Piccola, nera, minuta, le mani giunte

e lo sguardo al cielo:

il segno di quella tanto sospirata libertà.

Ottenuta la liberazione,

i Carolini portaron seco a Carloforte

il caro Simulacro,

e le fu eretta una piccola Cappella

a presidio della Fede

e a ricordo della libertà avuta.

Tale Cappella fu benedetta

il 10 Dicembre 1815.17 asumensa17schiavo2

A ricordo della terribile incursione

del 3 Settembre 1798, ogni anno,

si celebrava una S. Messa solenne,

e la sera, il Simulacro della Vergine,

lo portavan in processione,

privo di ogni ornamento

e con ai piedi un diadema d’argento.

La processione era seguita a piedi nudi

da color che sofferto avean la dura schiavitù.

Spentasi però tal generazione,

alquanto si affievolì l’eco del ricordo,

e per molto tempo quella data cadde nell’oblio.

Si era dimenticato l’infausto 3 Settembre 1798!

Dal 1922 l’antica commemorazione

è stata sostituita

dalla festività della Madonna dello Schiavo.

Festività che prese

grande impronta religiosa

con l’indimenticabile don Pagani,

parroco di Carloforte.

Ancor oggi,

il 15 Novembre di ogni anno,

il popolo Carlofortino ne tiene viva la Fede:

è l’incontro dei figli con la Madre.

Fede che ebbe il suo culmine

il 15 Novembre 1964 quando il Vescovo,

incoronando la piccola statua,

la nominava a voler di popolo

Regina di Carloforte.

asumensa
venerdì, 31 ottobre 2008, ore 09:38

Che Tutti Siano Uno

df vescovo“…Non soltanto per questi prego; ma anche per quelli che crederanno in me, per la loro parola; affinché siano anch’essi una sola cosa, come tu sei in me o Padre, ed io in te; che siano anch’essi una sola cosa in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato…”.
Gesù rivolse, coma narra il Vangelo di Giovanni, questa preghiera, volgendo gli occhi al Cielo, direttamente al Padre. Da alcuni istanti tradito da uno dei suoi figli, da uno dei suoi fratelli, e conscio dell’imminente supplizio cui sarebbe stato sottoposto, svuota se stesso e riempie il suo cuore misericordioso d’attenzione verso coloro che Egli più ama, e che presto lascerà soli. Queste parole al Padre sono precedute da un dono fatto ai suoi amici, regalo fatto prima che giunga l’ora del distacco, e rivolgendosi direttamente a loro dice: che vi amiate a vicenda; amatevi l’un l’altro come io ho amato voi. Da questo conosceranno
tutti che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni gli altri.
Le ultime ore della vita di Gesù sono quindi caratterizzate da una supplica incessante all’unità, alla comunione. Preghiera rivolta al Padre, esortazione per i Figli. Amore vicendevole e comunione, due aneliti rivolti al primo nucleo della Chiesa nascente, ma che ancor oggi attraverso la Parola di Dio richiamano l’uomo al lavoro infaticabile affinché diventino atteggiamento interiore ed esteriore della comunità cristiana tutta e della Chiesa del terzo millennio.
Se vi amate a vicenda, dice Gesù ai discepoli, conosceranno tutti che siete miei discepoli; che siano una sola cosa affinché il mondo creda che mi hai mandato, chiede Gesù al Padre. Amore e comunione rappresentano quindi la più vera ed efficace testimonianza della carità di Dio verso l’uomo. E l’unità fra gli uomini e degli uomini con Dio il più efficace messaggio per l’annuncio della Buona Novella. A questo siamo chiamati oggi noi cristiani, gli operatori pastorali, tutti gli uomini di buona volontà. A questo siamo chiamati in ogni momento e circostanza. In famiglia, a scuola, fra gli amici nel lavoro , in parrocchia. Chiamati a testimoniare, grazie alla comunione coi fratelli la vera unità del Corpo Mistico di Cristo.
Ogni lacerazione, ogni particolarismo, ogni divisione rendono vani tutti gli sforzi di evangelizzazione. Lasciamo custodire ogni sofferenza al cuore di Maria Santissima, che accolse sotto la Croce l’umanità nella sua interezza e l’umanità intera riconosca in lei la vera Madre dell’Unità.

asumensa
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categoria : editoriale
venerdì, 31 ottobre 2008, ore 09:35

Il Saluto di Don Francesco alla Comunita’

Quando il 14 agosto il Vescovo mi ha chiamato per una visita in Episcopio e poi mi ha detto subito “Vuoi andare a Carloforte?” vi assicuro che mi sono venuti i capogiri. Però forse l’incoscienza ma forse anche per l’amore che sentivo e ho sempre sentito, anche se per 15 mesi soltanto ho abitato in mezzo a voi, ho detto subito di sì. Sapete quante volte, conscio dei miei limiti, ho pensato “Forse pensi a qualcun altro”. Però è giusto così, è giusto fare così. Per cui Monsignore, Eccellenza, io La ringrazio per la fiducia, ma soprattutto La ringrazio per l’invito all’esercizio dell’obbedienza, in un certo modo anche della povertà, che sono perle preziose perché il dono del presbiterato sia ancora irrorato dalla linfa vitale del Vangelo.
Ringrazio don Lino per l’esempio di abnegazione e di obbedienza, anche per le parole di incoraggiamento che mi ha rivolto.
Ringrazio te, don Daniele, per le parole di incoraggiamento e per la tua disponibilità. Chiedo al Signore, per l’intercessione della Madonna dello Schiavo, di San Pietro, di San Carlo, di ottenerci tutte le grazie necessarie per servire nella letizia e nel migliore dei modi la comunità carolina che ci è stata affidata.
Ringrazio te, don Giuseppe Tillocca, e anche la comunità dei seminaristi per l’amicizia , la vicinanza e la presenza e per il servizio che avete svolto anche stamattina per garantire la celebrazione delle S. Messe.
Ringrazio te, don Andrea, il fiore più bello, inaspettato del mio precedente servizio come parroco a S. Barbara di Nebida. Sei anni hanno corrisposto ai tuoi passi verso il sacerdozio e ora ti guardo dicendo “Grazie Signore per questo grande dono”.
Ringrazio te, don Carlo, per la vicinanza affettuosa con cui mi hai sempre aiutato nel mio servizio pastorale.
Ringrazio tutti i confratelli qui presenti, alcuni dei quali, penso a don Giampaolo Cincotti, penso a don Luigi Sulas, stanno anche loro per iniziare il servizio pastorale in altre parrocchie e con i quali rinnovo la mia disponibilità a collaborare fattivamente e in comunione fra noi e col Vescovo per il bene di tutta la Diocesi.
Ringrazio per la presenza e saluto le autorità civili e militari; ringrazio te, signor sindaco, a cui dichiaro sin d’ora la mia piena disponibilità per una cordiale collaborazione nel rispetto degli ambiti, per il bene di tutti e di ciascuno.
Siete sparsi dappertutto, amici di Nebida. Vi ringrazio, già ieri ve l’ho detto e oggi ve lo voglio ripetere: grazie di cuore per tutto ciò che siete stati e che mi avete donato.
Ringrazio i miei familiari, i miei genitori, le mie sorelle e le mie nipoti per l’aiuto e la loro vicinanza, anche per la difficile operazione di trasloco che non è ancora conclusa; per cui dico ai miei parrocchiani: “abbiate pazienza”, ma da subito voglio dare il meglio di me, per quello che posso.
Ringrazio i fratelli e le sorelle della comunità parrocchiale di San Pietro Apostolo qui presenti, ringrazio gli amici di Iglesias, di Carbonia; spero di non aver dimenticato nessuno.
E infine, non per minore importanza, anzi da oggi saranno la mia priorità assoluta, saluto con grande affetto i miei nuovi parrocchiani, i fratelli e le sorelle della mia nuova famiglia di San Carlo Borromeo.
Saluto i catechisti, l’Azione Cattolica, l’Associazione della Madonna dello Schiavo, gli amici dell’Associazione Stella Maris e la Caritas, il coro, quanti svolgono i loro servizio qui in parrocchia, gli educatori dell’Oratorio, i giovani, i ragazzi, i fanciulli, gli anziani, gli ammalati, quanti sono ancora in ricerca, tutti. Spero di non aver dimenticato nessuno.
Il mio desiderio è tutto racchiuso nella volontà risoluta di servirvi e di amarvi con tutto me stesso, per continuare insieme il cammino che avete compiuto sin qui, all’insegna dell’ascolto della Parola che illumina i nostri passi, nella grata partecipazione al gran dono dell’Eucaristia, di cui la Chiesa vive, e la preghiera filiale. Confidando anche nella materna protezione di Maria Santissima, donna eucaristica, la nostra cara Madonna dello Schiavo, alla cui scuola si impara con sicurezza a vivere con semplicità e sincerità la sequela di Gesù; confidando nell’intercessione di San Carlo, nostro patrono, e di San Pietro, nella carità ricevuta e donata in termini di ascolto reciproco, di reciproca comprensione e per le inevitabili fatiche e difficoltà, nel perdono donato e ricevuto, per rendere ogni giorno di più la nostra parrocchia, la nostra famiglia, una casa e una scuola di comunione per tutti i figli dell’unico Padre.
Aua parlemmu in tabarchin! Chiedo già scusa per gli inevitabili errori; è una settimana che mi esercito in macchina mentre guido...
Segnun bellu inte ‘stu giurnu sentu u dexidéu de ringrasioVe e de dumandò a Vóstra prutesiun e benedesiun ch’a l’arive a tütte e nóstre famigge, ch’a ségge cunfórtu pe tütti i Tabarchin, pai nóstri màuti, i nóstri naveganti, i figiö, i zóni, pâ poxe a nuiòtri e a tüttu u mundu.
Che u Segnun u n’acumpagne e a Madonna a n’asciste
.

asumensa